«“Vai solo”, dissi con la voce spezzata, cercando di restare stabile mentre il rumore del traffico sembrava inghiottire ogni secondo che passava senza notizie di mio figlio.
Il silenzio dall’altra parte della linea fu breve, ma pesante, come se Derek stesse valutando qualcosa di più della semplice distanza che lo separava dalla casa.
— «Ascoltami bene», disse infine, più calmo di quanto mi aspettassi. «Non fare nulla di avventato quando arrivi. Entro io per primo. Tu resti con Noé».
Annuii, anche se non poteva vedermi, e stringei il volante così forte che le nocche mi sbiancarono, mentre ignoravo l’ennesimo semaforo rosso.
— «Solo… tiralo fuori da lì», sussurrai. «Per favore».
Riattaccai prima che la mia voce si spezzasse del tutto.
Il viaggio che normalmente durava venti minuti diventò irreale, frammentato, come se la mia mente si rifiutasse di elaborare ciò che avrei potuto trovare.
Pensai a Noé quella mattina, mentre faceva colazione con i cereali e raccontava una storia senza senso su dinosauri e nuvole, ridendo con quella risata che mi salvava sempre la giornata.
E ora era da solo, spaventato, ferito, con un uomo che conoscevo appena.
Un uomo che, a un certo punto, avevo deciso di non mettere troppo in discussione.
Il telefono iniziò a vibrare di nuovo.
Derek ancora.
— «Sono davanti alla casa», disse a bassa voce. «La porta è chiusa. Non sento nulla».
Il mio cuore iniziò a battere così forte che mi sembrò di soffocare.
— «Entra», dissi. «Sfonda la porta se serve».
Un rumore sordo, poi un altro, come legno che cedeva.
Poi silenzio.
Un silenzio che durò troppo a lungo.
— «Derek», dissi, a malapena respirando. «Che cosa vedi?»
Non rispose subito.
Quando finalmente parlò, la sua voce non era più la stessa.
— «Troverò prima Noé», mormorò. «Resta in linea».