Ogni mattina, alla Gare du Nord, tra il fischio dei freni, l’odore di caffè troppo caldo e la folla che corre senza guardare nessuno, c’era un viaggiatore che tutti finivano per riconoscere. Non aveva valigetta, né abbonamento, né telefono in mano. Aveva quattro zampe, un pelo color caramello un po’ segnato dalla pioggia e due occhi così espressivi che veniva naturale parlargli come a uno di casa.
Lo chiamavano Caramello. Nessuno sapeva davvero da dove fosse spuntato. Un giorno era apparso sul marciapiede della linea H come se quel posto fosse sempre stato suo. Non come i cani smarriti che girano attorno ai panini o inseguono le ruote delle valigie: lui aveva una disciplina quasi imbarazzante.
Prima delle sette era già lì, seduto vicino alla linea gialla, in attesa. Quando il treno entrava in stazione non si lanciava dentro: lasciava scendere i passeggeri e solo dopo saliva con calma. Poi si sistemava in un angolo del vagone, si acciambellava e non disturbava nessuno.
“Sembra un pendolare vero,” dicevano i ragazzi. “Più puntuale di noi,” borbottavano gli impiegati.