Ogni famiglia ha i suoi rituali, e i nostri ruotavano attorno al pranzo della domenica.
Dopo la morte di mio padre, tre anni fa, mia madre si era prefissata l’obiettivo di riunirci a casa sua ogni settimana, a prescindere da tutto. Quei pasti non erano solo un modo per mangiare insieme: erano il suo modo di tenere papà vicino, di assicurarsi che la sua presenza non svanisse mai.
Così, quando una domenica pomeriggio mi ha mandato un breve messaggio che diceva semplicemente: “Per favore, non venite oggi”, il mio cuore è sprofondato. Nessuna spiegazione. Nessuna faccina sorridente. Solo cinque parole inquietanti. Io e mio fratello ci siamo scambiati un’occhiata e abbiamo capito subito che qualcosa non andava. Abbiamo ignorato il messaggio, siamo saliti in macchina e siamo andati dritti a casa sua, con l’ansia che ci stringeva il petto.
La luce del portico era accesa quando siamo arrivati, ma nessuno ha aperto la porta. Ho usato la chiave di riserva e sono entrato, chiamandola per nome. Quello che ho visto in cucina mi ha lasciato senza parole. Un uomo sedeva al tavolo, con le spalle larghe, in una postura così familiare da togliermi il respiro. Da dietro, somigliava in tutto e per tutto a nostro padre. Mio fratello mi è entrato alle spalle ed è rimasto pietrificato.