94 Quando ho visto il biglietto sul trasportino, ho capito che non stavo guardando solo un gatto

Alle 15:58 avevo già la siringa in mano. Davanti a me c’era un vecchio gatto rosso, troppo magro, arrivato in un trasportino con un foglio scritto da un bambino. In quell’istante ho capito che forse stavo per togliere a una famiglia l’ultima cosa che le era rimasta.

«Lo metta qui sul tavolo, per favore.» È quello che ho detto, con la voce calma che si usa in questo lavoro quando gli altri stanno per crollare e tu devi restare in piedi. Il gatto era leggero, spento, con il pelo rado e il respiro piano. Sapeva di casa vissuta, di coperta vecchia, di qualcosa che non si voleva perdere.

Sul trasportino c’era un foglio strappato da un quaderno. Le lettere erano grandi, storte, piene di fretta e di paura. Diceva:

Si chiama Caramello. Per favore non lo fate spaventare. La nonna è andata in casa di riposo e dove siamo adesso non possiamo tenere animali.

Sotto c’era un’altra frase, ancora più difficile da ignorare:

Lui dorme sempre vicino ai suoi piedi quando lei piange.

Mi chiamo Elena Rinaldi e lavoro in un rifugio con un piccolo ambulatorio, in una città di provincia. Qui vediamo spesso la stessa storia: una caduta, un ricovero, una separazione, una casa temporanea dove gli animali non possono entrare. E all’improvviso qualcuno si ritrova davanti un animale che nessuno vuole abbandonare, ma che nessuno sa più dove sistemare.

Nella scheda di Caramello c’erano parole che conoscevo bene: