Mio figliastro aveva diciannove anni allora. Intelligente. Capace. Abbastanza alto da assomigliare a suo padre quando si fermava sulla porta, il che a volte mi faceva più male di quanto volessi ammettere. Aveva vissuto con noi durante il periodo peggiore della malattia, guardandomi destreggiarmi tra visite in ospedale, turni di notte e pile di buste non pagate sul tavolo della cucina.
Alla fine lo feci sedere.
“Ho bisogno che tu contribuisca”, dissi, con le mani che mi tremavano leggermente intorno alla tazza di caffè. “Cinquecento al mese. Solo per aiutarmi con le spese.”
Lui rise.
Non una risata nervosa. Una risata sprezzante.
“Non hai figli”, disse, appoggiandosi allo schienale della sedia come se fosse tutto uno scherzo. “Sono il tuo piano pensionistico. È tuo compito mantenermi.”
Le parole mi colpirono più forte di quanto mi aspettassi. Senza figli. Come se anni di ginocchia sbucciate, chiacchiere a tarda notte e stare in piedi sotto la pioggia agli eventi scolastici non contassero. Come se prendermi cura di suo padre fino a farmi male alle mani e urlare alla schiena non ci avesse uniti in una famiglia.